16/05/2017

Alla (ri)scoperta del mais bergamasco

Importanti iniziative per lo studio e la valorizzazione di antiche varietà che stavano per scomparire. In val Brembana sono state avviate alcune coltivazioni sperimentali

Cusio (neanche 300 abitanti in provincia di Bergamo, siamo in Valle Averara, laterale dell'alta Val Brembana, ndr), il suo antico mulino riportato alla vita nel Secondo Dopoguerra grazie a Ernesto Paleni che lo acquistò e decise che era giusto che vi si tornasse a macinare, e il mais di montagna. Sono i protagonisti – insieme a Paolo Valoti del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – della storia del recupero di alcune antiche qualità di mais di queste valli. Un ruolo ce l’ha anche la Banca del Germoplasma custodita dal Cra-Mac di Bergamo, l’Unità di ricerca per la Maiscoltura diretta da Carlotta Balconi che raccoglie 800 varietà tradizionali e autoctone di mais italiano e oltre 5mila ecotipi di mais catalogati e custoditi dal 1954. Sessanta di tali qualità sono lombarde e alcune sono state al centro del progetto di Expo 2015, Mais Expo Bergamo-Meb.

L’idea è quella di valorizzare la produzione, la molitura, la trasformazione e la commercializzazione del mais a chilometro zero. L’obiettivo, oltre che agroalimentare, è anche economico-turistico nell’ambito di una microfiliera virtuosa

La conclusione di Expo, però, non ha coinciso con l’abbandono dell’interesse per la graminacea della Bergamasca, lontana parente - come tutto il mais italiano – delle sudamericane. Lo scorso anno il Comune di Cusio, lo stesso in cui si trova l’antico mulino, ha ottenuto un finanziamento da parte della Regione Lombardia per un progetto di valorizzazione e lavorazione per il mais di montagna. Il seme oggetto della valorizzazione è quello del “mais nostrano orobico della Val Brembana” che è stato rintracciato da Paolo Valoti a Lenna nella cascina di Carlo Begnis che nel suo terreno della Val Brembana ha continuato a piantare i semi autoctoni del mais da sempre coltivato e raccolto a uso familiare.

Oggi, con la collaborazione del Cra, una sessantina di agricoltori, riuniti nell’associazione “Cerealicoltori Brembani” presieduta da Roberto Capelli di Moio de’ Calvi, sta portando avanti coltivazioni sperimentali di sei varietà (oltre il locale di montagna e il cinquantino ci sono il precoce, lo scagliolo, il pignolino e il rostrato orobico) allo scopo di preservare la biodiversità vegetale e animale della zona. L’idea è quella di valorizzare la produzione, la molitura, la trasformazione e la commercializzazione del mais a chilometro zero direttamente nell’antico mulino. L’obiettivo, oltre che agroalimentare, è anche economico-turistico nell’ambito di una microfiliera virtuosa. Andando un po’ più in là, imboccando la Val Seriana, ci sono altre qualità di mais e farine antiche come lo Spinato di Gandino e il Rostrato rosso di Rovetta. Per chi, invece, avesse voglia di conoscerle tutte c’è sempre la Banca del Germoplasma.

di Mariella Caruso

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